martedì 30 settembre 2014

Forza scimmioni: sparatemi!

Ogni giorno un disabile si alza e inizia a chiedersi se vuole essere un leone o una gazzella. Perché la verità è che il disabile vive in una savana urbana di barriere architettoniche, mezzi di trasporto inaccessibili, trafile burocratiche destinate a lui e a lui soltanto, per non parlare poi dell’ignoranza, del pregiudizio e della mancanza di educazione delle persone.
Se il disabile decide di essere un leone, si cotona la criniera affinché sembri più folta, infila la dentiera e fa i gargarismi davanti allo specchio, emettendo qualche ruggito di prova. Poi, sale sul suo furgone accessibile, raggiunge la stazione e cerca un parcheggio per disabili... ma li trova tutti occupati (o, da settimana scorsa, a tempo, grazie alle geniali idee di SEA), generalmente da gente che non possiede i requisiti necessari. E no: essere stronzi o rincoglioniti non è un requisito necessario. 
Se per sbaglio incontra uno di questi soggetti che, facendo finta di nulla, tenta di salire sulla propria auto, il leone inizia a ruggire. Se non incontrano nessuno, invece, alcuni leoni rigano le auto che non espongono il cartellino, giusto per marcare il territorio. Io non sono tra questi leoni, ma posso capirli benissimo: sfregiare la portiera di chi occupa abusivamente il tuo spazio, non è un atto vandalico, ma giustizia retributiva. 

Questo è solo l’inizio della lunga ed estenuante giornata di un disabile leone, che di solito ruggisce così tanto che, la sera - quando e se riesce a rientrare a casa - non è nemmeno più in grado di miagolare... e va a letto.

Il disabile gazzella invece, contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, appena si sveglia, non inizia a correre più veloce, per non essere divorato dal leone. Il leone c’ha già i cazzi suoi cui pensare, che rincorrere le gazzelle affinchè muovano il culo. Il disabile gazzella semplicemente decide di rimanere nella tana e non entrare nella savana. Spesso, col tempo, il disabile gazzella non si alza più nemmeno dal letto, che tanto non ne vale la pena.

E’ da dire che al leone è vero che sta sul culo la gazzella, perché se ci fossero più leoni, forse a lui toccherebbe ruggire di meno. Però, più invecchia, più il leone comprende le ragioni della gazzella e ciò gli rende sempre più difficile decidere chi essere ogni mattina.

A giugno io compirò quarant’anni e si sa che verso i quaranta qualche bilancio ci scappa. 
Guardo chi sono, dove sono, come ho agito e mi par quasi di essere soddisfatta. 
Finora mi sono sempre comportata da bravo leone e ho fatto quello che fa ogni leone, anche se non è divertente come la gente sembra pensare. Il leone non sta simpatico a quasi nessuno, nella foresta preferiscono evitarlo e il più delle volte gli altri non capiscono che cazzo abbia da sbraitare tanto ogni giorno. Quasi tutti, sotto sotto, pensano che il leone esageri. Eppure il leone ha solo un'alternativa alla vitaccia da leone scorbutico: una scelta di merda. 

Così, fino ad oggi, ogni mattina, ho scelto di essere un leone e ho affrontato la savana.

Settimana scorsa è arrivato un nuovo problema, un'inezia a confronto di ciò che ho già affrontato. Però, dopo l'incazzatura iniziale, ho guardato fuori dalla finestra e ho visto la savana: non è cambiata di una virgola, non in meglio almeno. Il mio impatto sul mio ambiente di vita è stato infinitesimale. Non che non mi sia impegnata... l'ho fatto, davvero, al massimo delle mie possibilità. 
E se ci sono volute tutte le energie dei miei primi quarant’anni per migliorare di un niente il mio habitat, cosa potrò mai fare ora che di certo non sto ringiovanendo? 
La savana si prende gioco di me, mi deride: non solo non accenna a diventare più vivibile, ma aggiunge nuovi, piccoli ostacoli ogni giorno, anche laddove prima qualcosa funzionava. 

Non conta più che nella vita ne abbia affrontate e superate davvero di peggio. 
Non conta che sia una sciocchezza quella davanti a cui sto seriamente pensando di fermarmi. 
I latini non erano mica scemi quando dicevano che la goccia scava la roccia. 
Anche se la roccia è una roccia e sta lì, chessò, dal neolitico, ed è ben più dura della goccia, alla fine sono sempre le minchiate che ti spezzano. 
Decine di piccoli e insignificanti problemi di burocrazia, accessibilità, cultura, educazione, facili da vincere singolarmente, ma che si ammassano gli uni sugli altri come un branco di piranha, portandosi via un pezzettino di te, giorno dopo giorno. 
Non importa quanti ne fai fuori: alla fine lo sai che vinceranno loro e che stai solo rimandando l’inevitabile.

Ogni mattina, scegliere chi essere, è un po’ più difficile della mattina precedente. 

Il problema è che sono stata leone per troppo tempo per riuscire a vivere anche un solo giorno come gazzella. Per cui, per favore, mettete via la comprensione, il perbenismo, l’indignazione da social network e fate una scelta: affrontate davvero la savana insieme a me, oppure sparatemi. Non posso continuare questa vita attorniata da primati urlanti che osservano dal proprio rifugio sugli alberi dei problemi che considerano non loro. 
Un giorno cadrete anche voi da quella maledetta pianta perché sarete troppo vecchi per tenervici aggrappati o solo perché vi siete distratti un momento. Quella mattina vi sveglierete in un mondo che non credevate fosse il vostro e, la maggior parte di voi, sceglierà di essere gazzella. 

Quindi, smettetela di giudicare questo leone che non ce la fa più a essere se stesso, perché se la savana è una savana, è soprattutto colpa della vostra passività.



sabato 20 settembre 2014

Vedo la luce... ma vorrei vederne molte di più

A tutti quelli che mi dicono di sorridere mentre mi scattano una foto, dico che non ne sono capace, perché mi manca la mimica. La verità è che non è vero che non so sorridere, è che in Italia non ho motivi per farlo. Così è finita che i miei ipotonici muscoli facciali si sono disabituati, rendendo di fatto molto faticoso sorridere ed estremamente semplice indossare il muso cattivo.

Non è facile rientrare in Italia, non con la testa intendo, perché il corpo, purtroppo, è rientrato già da due settimane. 
Non è facile abituarsi a un mondo diverso, anche se per pochi giorni. Cioè no, quello è facile, ma non lo è affatto tornare alla vita di prima.
E non stiamo parlano di barriere architettoniche o almeno non solo. 
Londra non è perfetta. Anche se si possono prendere tutti i bus e buona parte della metro con una sedia a rotelle - cosa che per quanto mi concerne, avvicina di molto al concetto di "perfezione" -, i locali privati restano imperfetti. Spesso c'è il gradino in ingresso a pub e ristoranti e quasi sempre manca un bagno per disabili. Ciò che difficilmente manca, è l'accessibilità del luogo pubblico... difficilmente, ma a volte capita anche quello. Su una cosa sono chiari: se dicono che è accessibile, lo è, e se dicono di no, spesso quasi lo è, ma non per qualche dettaglio. Mica come in Italia che chiedi ai ristoranti se hanno un cesso accessibile e ti ritrovi in un locale dove manco un bipede passa dalla porta del bagno! 
Ma non è della chiarezza e dell'onestà che mi sono innamorata, o almeno non solo. E allora di cosa? Beh, delle persone! Potete fare tutte le battute che volete sugli inglesi, ma la verità è che non siamo degni di succhiargli i calzini per quanto concerne l'educazione. E per educazione non intendo non dire parolacce o non ruttare in pubblico, intendo l'attenzione e il rispetto per le persone.
In cinque giorni di vacanza, nessun inglese mi ha permesso di mettermi in fila dietro di lui, nessun autista di bus ha finto di non vedermi per non estrarre una pedana, nessun passeggero è rimasto seduto sul posto riservato ai disabili.
Vi dirò di più.
Se arrivavo davanti a un ascensore con delle persone in attesa, quelle mi cedevano il posto.
Se il pullman era pieno, piuttosto scendevano i bipedi, pur di farmi salire.
Se mi fermavo un minuto per consultare la cartina, arrivava sempre qualcuno a chiedere dove dovevo andare e a indicarmi la strada.
Ok, così è pretendere troppo, ma c'è una bella differenza tra questo e il provare a scavalcarmi mentre tento di salire su un treno, o il far finta che non esisto mentre attendo da ore l'ascensore, o il piazzare il set da dodici valigie in lega sul posto riservato e poi fingere di non vedere la carrozzina da 112 kg. con sopra la disabile furiosa.
Solo una volta, ad un museo, un bimbetto di una scolaresca mi è sfrecciato davanti, prendendo dentro la carrozzina. L'insegnante, dopo essersi accertata che non mi avesse fatto male, ha preso in disparte il pupattolo e, senza tirar fuori le solfe all'italiana sulla signora che ha la bua e non può camminare, lo ha ripreso, dicendogli che doveva semplicemente imparare ad usare prima gli occhi e poi la testa. Quindi gli ha chiesto di scusarsi per la sua disattenzione. Non si è scusata al posto suo, non ha alzato la voce, non ne è scaturito un dramma. Ben altro atteggiamento rispetto al bambino italiano che fuori dal terminal continuava zigzagarci davanti, mentre mio marito cercava di trattenere la carrozzina sullo scivolo in forte pendenza, col padre che sorrideva imbarazzato, senza prendersi per mano il moccioso... che peraltro rischiava di essere investito più o meno involontariamente.

Dopo soli due giorni londinesi ho iniziato a girare con un sorriso ebete stampato in faccia... e non mi sembrava poi così difficile. Chi ben mi conosce, sa che la mia espressione standard è tipo "maschera di ferro con le palle girate", eppure lì sembravo Buddha dopo un cannone di marijuana.
E' stato stupendo poter abbassare la guardia, rilassare i muscoli facciali ed essere gentile a mia volta. E' stato ancor più meraviglioso rendersi conto che Londra è davvero una città cosmopolita, con persone di tali colori e fogge, che nulla risulta davvero strano, nulla attira più di tanto l'attenzione. L'Italia, a confronto, è più indifferenziata della pattumiera. Siamo conformati al punto che pensiamo basti un tatuaggio per essere originali e diversi dagli altri.
E' difficile spiegarlo, ma ho provato la normalità degli sguardi. Le persone non mi fissavano, ma nemmeno fingevano di non vedermi per non sembrare invadenti. 
I londinesi ti guardano, ti salutano, stanno attenti a dove sono e a chi li circonda, ma non fissano nessuno. 
Dì più: loro ascoltano. Ho visto pochissimi indigeni andare in giro con le cuffie a palla o col naso appiccicato agli smartphone. Al massimo il naso stava dentro un giornale e solo se non intralciavano nessuno.

Quello è il mondo in cui voglio vivere. 
Non Bolladello, dove se esco con la mia carrozzina a motore le persone si sentono autorizzate a fissarmi come un cantiere.
Non Milano, dove tutti guardano troppo in alto, come se non potesse esistere nessuno sotto il metro e venti, o troppo in basso, per non incrociare alcuno sguardo, mica che poi ti chiedano qualcosa, facendoti perdere tempo.
Voglio vivere nel posto in cui ho visto una ragazza araba velata di nero, col pierging al naso, lavorare al check-in e sorridere ad una battuta di un ebreo ortodosso, con tanto di cappello e treccine. Voglio vivere dove tutto ciò è normale, dimenticando che, qualche miglio più in là, i loro due popoli si stanno ammazzando, convinti di non poter vivere assieme. 

Non dico che tutti nel Regno Unito siano così, però sono abbastanza da farti dimenticare gli altri. Perché, ora l'ho capito, io non voglio davvero che la gente si faccia i cazzi suoi quando passo io. Io voglio che prestino attenzione e rispetto. Voglio che le persone non mi fissino, ma mi vedano. 

La verità è che in Italia siamo ancora troppo uniformati per considerare normali le diversità. 
Siamo troppo bianchi, troppo bipedi, troppo vestiti tutti uguali per non essere attratti come falene dalle differenze. 
E come le falene,  finiamo troppo spesso per scottarci con una luce che non avremmo dovuto fissare tanto a lungo. 
Ma l'alternativa non è chiudere gli occhi e fingere che la luce non esista. L'alternativa è riempire il mondo di luci sempre più luminose, colorate e diverse, fino al giorno in cui nessuna luce saprà abbagliarci e spaventarci.

Vorrei poter dire che anche l'Italia ha i suoi lati positivi e le sue persone splendide. So che è così perché ne conosco. Il problema è che il rispetto vero non è così diffuso come pensiamo. E' molto più facile trovare il perbenismo... quello anzi si spreca a mazzi. E, per chi sta seduta tutto il giorno dove sto io, è dolorosamente immediato distinguere il rispetto dal perbenismo.

Vorrei solo vivere in un posto dove non sentirmi né un'aliena né una specie da proteggere.