sabato 15 settembre 2012

Evoluzione: dal disabile al bradipo, evitando il milanese

Le domande fondamentali che governano la vita di uomini e animali, sono cinque: 

Chi?
Cosa?
Dove?
Come?
Quando?

Chi è entrato nella mia tana? 
Cosa mangerò oggi e dove potrei procurarmi del cibo? 
Come faccio a catturare quel cerbiatto e quando è meglio attaccare? 

Ora, non sto certo dicendo che la tigre del Bengala stia lì a rimuginare chissà che prima di uscire di casa la mattina, ma è indubbio che certi quesiti spingono le azioni del consesso  animale, che vengano formulate coscientemente o meno. 
Poi ci sono però anche creature come il mio gatto, che due volte al giorno si vede depositare dalla stessa persona una ciotola di cibo, sempre nello stesso punto, più o meno alla stessa ora, senza che debba fare granché per meritarselo. E infatti non è che il mio felix domesticus sia proprio contraddistinto dall'azione: vi sono giorni in cui io esco di casa all'alba, mentre lei è appallottolata sul divano e, quando rientro la sera, la ritrovo esattamente nella stessa posizione. Insomma, Margot è forse l'unica creatura della casa che si comporta come una che ha tutte le risposte: nemmeno Buddha in persona è più sereno di lei. 
A giudicare invece dall'agitazione e dalle lamentele dei vicini sul continuo abbaiare dei miei cani, sospetto che loro qualche domanda se la pongano ancora.

Gli animali che vivono in natura, senza dei maggiordomi umani che assolvano a tutte le loro necessità, non è che poltriscano in ogni momento però. Persino il bradipo, che in media si muove a 0,24 km/h e che riesce a dormire 19 ore al giorno, quando gli prendono i cinque minuti, scatta. Altri animali sono molto più attivi e io credo che più domande si pongano gli esseri viventi per sopravvivere, più siano costretti a muovere il culo. 

E veniamo dunque agli esseri umani: la razza più frenetica e stressata del globo terreste. E parlo di umanità in generale, non dei milanesi, che in natura credo rappresentino l'estremo opposto nel continuum del bradipo. 

Penso che la razza umana sia così agitata e inquieta perché, oltre alle domande essenziali alla sopravvivenza, se ne pone una di toppo, che la rovina a tutti: PERCHE'?

Avete mai visto un delfino scrutare un essere umano con aria interrogativa quando gli lancia un pesce? No. Si prende il pesce, fa qualche capriola e sicuramente non rimugina sul perché qualcuno sia andato a caccia al posto suo.
Gli esseri umani invece, trascorrono buona parte della propria esistenza chiedendosi perché sono così anziché cosà, perché a quello sì e a me no, perché domani e non oggi... 
Anche una come me, che ben prima dei diciotto anni ha compreso l'inutilità del chiedersi perché non cammina, non è immune da altri perché, che affliggono da sempre il genere umano. E ciò mi rende ancor più stupida, in quanto so benissimo che questo tipo di domanda, non solo non ti porta da nessuna parte, ma ti fotte anche il cervello. 
Eppure talvolta ci ricasco, e nemmeno me ne accorgo. Proprio no: a volte passano giorni, per non dire settimane, prima che mi renda conto di esserci ricascata! E ogni volta riconosco l'errore solo quando sono con le gomme a terra, metaforicamente parlando ovviamente, perché quando ho le gomme a terra a livello non metaforico, significa che sono davvero nella merda!
Me ne accorgo perché, in preda allo sconforto, chiamo qualche amica o, se non c'è nulla di più sveglio nei paraggi, mi rivolgo a mio marito e lo tartasso di quesiti esistenziali. Come se uno che non distingue il freezer dal frigo abbia più risposte di me sul senso della vita.

Tutti coloro che mi amano, sono però addestrati dall'esperienza negli anni a riconoscere un "perché?", anche quando si presenta sotto le mentite spoglie di altre domande che non portano da nessuna parte. Col tempo sono diventata sempre più brava a camuffare i perché da altre locuzioni verbali, ma pure chi mi circonda mica è fesso. Del resto sono intellettualmente snob e non potrei mai tollerare di ascoltare persone poco perspicaci, tranne ovviamente quando vengo pagata per farlo.
E così, quando dopo giorni di tempeste umorali, risposte monosillabiche e inattività, me ne esco con una domanda, tutti danno per scontato che sia un perché sotto mentite spoglie:

"A che serve tutto questo?"
"Chi ce lo fa fare?"
"Cosa cambia?
"Tanto alla fine, che differenza fa?"
...

E la risposta giusta a tutto questo è sempre, inevitabilmente, un gran bel calcio in culo.

Non serve chiedersi perché ogni giorno devi alzarti dal letto alle sei del mattino, sapendo che dovrai affrontare una giornata piena di barriere e di persone che non sanno nulla della tua vita, ma pensano che, conciata come sei, dovresti startene a casa, anziché sbraitargli contro per aver parcheggiato "cinque minuti" sul posteggio disabili. 

Non serve chiedersi perché la maggioranza delle persone sia portata a credere che il tuo tempo e la tua vita valgano meno, solo perché li trascorri su una sedia a rotelle. 

Non serve chiedersi perché, dopo tanti anni, tante lotte e tanti sforzi, i risultati conseguiti siano così trascurabili. 

Addirittura, ieri mi hanno detto che non serve nemmeno domandarsi perché, nonostante il tuo impegno, le capacità, lo studio e i risultati, la tua carriera appaia destinata a fossilizzarsi.

I perché ti portano alla ricerca di inesistenti motivi superiori, per non dire di Esseri Superiori, che dovrebbero conferire un senso a tutto ciò che ci circonda e che è sbagliato. 

Ma vogliamo davvero credere in Qualcosa o Qualcuno, onnipotente, che vede tutto questo e non fa nulla? 

Guardiamoci intorno: preferiamo davvero credere in questo Dio o è meglio sperare che non esista?

Conosco poche persone che bestemmiano e quasi tutte si dicono credenti. Forse perché gli esseri umani non sono proprio portati per accettare semplicemente le cose così come stanno e alla fine se la possono solo prendere con chi ritengono essere il Responsabile Ultimo.
Nonostante tutto ciò che mi capita, non ho mai bestemmiato in vita mia e mai lo farò. Se Dio esiste, ci tengo a mostrare la mia superiorità. A volte però, lo confesso, vorrei pregare. Vorrei pregare che le cose più difficili da sopportare finiscano, che qualcosa s'aggiusti, la rabbia si acquieti e la paura scompaia... 
Ma non prego. Non prego perché sono una persona orgogliosa, che non può appellarsi a esseri inesistenti o tanto meno ad esseri che esistono e non intervengono. Non Gliela darò mai vinta. 

Vincere contro Dio però non dà soddisfazione: si ha sempre l’impressione che l’avversario esista solo nella tua fantasia.

Forse, infondo, se non riesco a smetterla di tormentarmi ciclicamente coi perché, dovrei cominciare a bestemmiare, senza passare dalla preghiera.

La fregatura dei perché, è che non solo non hanno risposta, ma ti portano invariabilmente verso l'unica conclusione possibile: che tutto è inutile e che pertanto puoi solo mollare.

E ogni tanto ci penso, a mollare. 
Anzi, forse è davvero l'unico modo per togliersi tutti questi perché dalla testa, definitivamente. 

Il problema è che poi mi annoio a far niente e ricomincio tutto daccapo. 

Non riesco nemmeno pensare di suicidarmi: come lo passo poi il tempo, tutto il giorno sotto terra? Ci manca pure un'eternità in cui posso solo stare lì, a domandarmi perché. 
Io l'Inferno me lo immagino così.

Trovo comunque sia estremamente ironico che, con tutti i motivi che la gente comune ritiene dovrei avere per essere infelice, l'unico che non mi fa dormire sempre bene la notte, siano le incazzature da lavoro dipendente. 

E io che pensavo di essere speciale... 

Invece eccomi qui, con i miei muscoli bemolli, i piedi equini, le mani scimmiesche e la colonna vertebrale che sembra il circuito di Imola, a usare il reggiseno imbottito, per nascondere il fatto che ho una tetta della quarta e una della quinta. 

Eccomi qui, che nemmeno mi reggo in piedi, ad andare in paranoia per i chili superflui.

Eccomi qui, una che dal mondo avrebbe dovuto dipartire anni fa, a lamentarmi del fatto che i miei genitori, i miei amici e mio marito non mi capiscono.

Eccomi qui, a frignare sul mio lavoro a tempo indeterminato, un lavoro per cui ho studiato e che ho voluto, solo perché quando hai raggiunto un traguardo, non puoi accontentarti per sempre di ciò che hai.

Vuoi vedere che, gratta gratta, sono come tutti gli altri?

Peccato, speravo di essere più come il bradipo. Basta guardarlo nella foto qui sotto per capire che ha colto il senso della vita... probabilmente, solo perché in fondo non si è mai posto troppe domande in proposito.


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